INTERVISTA A LAMBERTO GIANNINI, DIRETTORE CENTRALE DELLA POLIZIA DI PREVENZIONE DEL MINISTERO DELL’INTERNO – ICSA No Traffick
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12/04/2018
INTERVISTA A LAMBERTO GIANNINI, DIRETTORE CENTRALE DELLA POLIZIA DI PREVENZIONE DEL MINISTERO DELL’INTERNO

Dal Suo punto di osservazione, esistono evidenze di attività criminali (traffico di migranti, armi, droga, sigarette, antichità, ecc.) finalizzate al finanziamento del terrorismo di matrice jihadista?

Non si tratta di attività organiche. Con la nascita dello Stato Islamico, soggetti che si trovavano su un territorio gestito da un’organizzazione terroristica hanno potuto approfittare di una grande massa di beni e di risorse, e lo hanno fatto un po’ in tutte le maniere. È evidente che la disponibilità di denaro, petrolio e beni archeologici può aver offerto opportunità di traffici illeciti e attività di contrabbando.

Per quanto riguarda invece gli attacchi che lo Stato islamico ha portato al cuore dell’Europa, bisogna sottolineare che essi non hanno avuto bisogno di grandi finanziamenti. Una delle prerogative dello Stato Islamico era quella di potersi muovere su due piani: il conflitto sul territorio, che sembra si stia risolvendo, al di là delle sacche di resistenza alle forze della coalizione, e la capacità di portare attacchi ovunque, anche in Europa, tramite l’infiltrazione di soggetti e l’adesione a ideali, proclami e spunti trasmessi attraverso il web dagli ideologi del Califfato, attivando individui che non hanno necessariamente un legame organico tra di loro. Questi attacchi terroristici in Europa sono sempre stati realizzati a costo bassissimo. Ad esempio, l’attentato al mercatino di Natale a Berlino, nel dicembre 2016, è stato realizzato da un soggetto che ha fatto una strage semplicemente rubando un mezzo ed uccidendo il conducente.

È possibile che i soggetti che compiono questi attentati abbiano dei contatti o delle esperienze nella criminalità e nel recupero di armi, e che, grazie a pregresse conoscenze e appartenenze a strutture criminali possano ottenere un qualche aiuto, ma a mio avviso non è un discorso che si può fare in maniera generale. Bisogna vedere zona per zona, e caso per caso. Di fatto, riscontri ed evidenze di grandi alleanze tra la grande criminalità e il terrorismo non ce ne sono.

Si può parlare allora di connessioni strumentali/funzionali tra la grande criminalità e il terrorismo? Non una vera e propria alleanza, ma convergenze occasionali, dovute allo scambio di beni e servizi?

Da questo punto di vista, sarei estremamente prudente. Ci sono indagini che devono ancora essere sviluppate e giungere a delle conclusioni, ma riscontri importanti di strategie comuni, al momento, non ce ne sono. Certo ci può essere il caso del singolo soggetto che si avvale di un qualche supporto da parte di una struttura criminale. Adesso, però, il problema che si pone è quello del possibile ritorno dei combattenti ed è probabile che alcuni rientri avvengano sfruttando qualche formazione criminale che organizza il viaggio. Questo non significa che ci siano prove di una sorta di strategia comune tra criminalità e terrorismo.

Quali traiettorie stanno seguendo i foreign fighters di ritorno?

Abbiamo evidenze di ridislocazione su altri teatri dove si combatte ancora, parlo dell’Afghanistan, dello Yemen, della Somalia, Indonesia, Filippine. Al momento, questo rientro dei foreign fighters non pare qualcosa di organizzato. Sembra che i rovesci militari abbiano portato una sorta di sbandamento di questi soggetti: tra di loro ci sarà sicuramente chi avrà delle difficoltà a sganciarsi dalle maglie del Califfato, cosa che non è molto semplice, abbiamo notizie di pesanti ritorsioni contro i cosiddetti traditori e sappiamo che non è facile riuscire ad andare via. È possibile il ritorno di persone semplicemente desiderose di chiudere la loro esperienza e di fare altro. Ma diversi combattenti cercheranno di rientrare e di importare le loro esperienze nei paesi da cui provengono. La pericolosità di questi soggetti è dovuta non solo alla loro esperienza con le armi e ai legami con i vecchi comandanti, che li potrebbero in qualche modo attivare e mobilitare a distanza, ma anche alla possibilità che essi diventino un polo di attrazione e di radicalizzazione, un modello per i più giovani.

Questo creerà una nuova sfida: è possibile che, in assenza di un territorio di riferimento, il Califfato possa diventare una sorta di realtà virtuale che continua a inviare un messaggio di odio e ad incitare al combattimento.

Quali sono i rischi attuali per l’Italia? Siamo più a rischio di prima?

Non direi che siamo più a rischio di prima. L’Italia è minacciata al pari di altri paesi, lo vediamo dai messaggi di minacce inviati e dalle attività di contrasto effettuate.

Sui media si scrive a volte che siamo al riparo da attacchi terroristici perché c’è una convergenza di interessi tra le mafie e il terrorismo in genere.

Primo, non ci sono elementi che confermino tale teoria. Secondo, non riesco a immaginare quali possano essere queste convergenze di interessi, visto il costo irrisorio con cui questi attacchi vengono portati a termine. Terzo, come dicevo, l’Italia non è a rischio zero. Abbiamo avuto prove della presenza di indicazioni a colpire in Italia. Mi sembra che questi commenti trascurino gli esiti di una serie di operazioni che hanno portato ad individuare sul nostro territorio soggetti che venivano incitati a rimanere e a colpire in Italia, piuttosto che a partire per combattere nelle zone di guerra.

Ritiene utile affrontare il problema dei “returnees” e dell’islamismo autoctono attraverso programmi mirati di de-radicalizzazione come quelli implementati da altri paesi europei (ad esempio la Danimarca)?

Assolutamente sì, è un problema che bisogna affrontare. Soprattutto non bisogna fare l’errore di ritenere che il problema della de-radicalizzazione riguardi solo le forze dell’ordine. In realtà è una grande questione sociale che richiede l’impegno a tutto campo di varie componenti della società: la scuola, i presidi sociali, i presidi sanitari, i centri di ascolto, i centri di aggregazione, ecc. Serve rafforzare la capacità degli operatori di polizia, degli operatori sociali e delle carceri, di percepire in maniera precoce i primi sintomi di radicalizzazione in modo da poter intervenire prontamente. Se presi in tempo, all’inizio del percorso di radicalizzazione, i giovani hanno ancora tutta la vita davanti per recuperare e adottare un approccio corretto agli ideali religiosi. La lotta alla radicalizzazione va di pari passo con la lotta alla marginalizzazione, perché spesso la difficoltà di integrarsi, l’isolamento e il disagio rendono questi soggetti una facile preda di elementi radicalizzatori, che siano persone fisiche o messaggi propagati sul web.

Nel caso di soggetti già ampiamente radicalizzati, con esperienze alle spalle di partecipazione effettiva a operazioni di terrorismo, quali interventi di de-radicalizzazione si possono immaginare?

Questa è una domanda complessa. Se il soggetto ha commesso un reato, in primis c’è la sanzione penale, che nel nostro Paese dovrebbe avere anche una finalità rieducativa. Oltre alla sanzione, alle misure di sicurezza, che limitano la nocività del soggetto, e alle misure di prevenzione previste dal nostro codice con limitazioni di vario genere, c’è anche la possibilità dell’allontanamento dal territorio nazionale. Cosa che si sta già facendo con le espulsioni.

Quali sono le aree maggiormente a rischio in Italia, perché più radicalizzate o più interessate da fenomeni di estremismo violento?

Negli anni Novanta, al Nord, si erano creati diversi centri di aggregazione di radicalità, ma adesso troviamo tracce di elementi radicalizzati in tutto il territorio nazionale. Inoltre, ora la radicalizzazione si verifica in modo talmente rapido ‒ sul web, tra quattro mura, da parte di soggetti con forme di disagio, che non si confrontano con gli altri ‒ che potrebbe essere addirittura fuorviante mettere sotto la lente di ingrandimento una realtà piuttosto che un’altra. Su tutto il territorio nazionale va posta la massima attenzione. Prima della diffusione di internet, molte indagini sono partire dalle moschee del Nord, da Milano in particolare. Adesso, invece, chiunque può avere accesso a quanto di più terribile esista in tema di immagini, messaggi e altro. Focalizzarsi su singole realtà potrebbe non essere corretto.

Questo perché la radicalizzazione prescinde dall’appartenenza comunitaria?

Spesso è un percorso individuale o di microgruppi all’interno di comunità. Secondo me non si tratta di individuare i cosiddetti hub di radicalizzazione. In alcuni paesi esistono vere e proprie roccaforti dell’estremismo, ma in Italia spesso succede che due persone o più stringano rapporti amicali fondati sull’estremismo e sulla radicalizzazione, creando aggregazione. Se sono un estremista e la mia cerchia di sodali converge nella mia cittadina, non è detto che questa località costituisca per forza un hub di radicalizzazione. L’aggregazione può avvenire anche intorno a singoli elementi.

Ci sono casi di returnees tornati in Italia, a vostra conoscenza? Li state monitorando?

Ne abbiamo arrestati alcuni che ora sono detenuti, altri sono oggetto di monitoraggio. Altri ancora non hanno fatto parte di formazioni jhadiste, ma è un fenomeno che viene comunque monitorato.

Come si fa ad accertare che abbiano realmente combattuto sul campo?

Questo è uno dei grossi problemi: ci aiutano sia attività tecniche che attività investigative, e anche i messaggi, i post e le immagini che talvolta documentano le azioni anche sui social media.

In altri paesi si sono verificati alcuni casi di donne che hanno giustificato la loro partenza per il Syraq affermando di essere state trascinate dal compagno. In Italia?

In Italia ci sono state attività investigative e sentenze che testimoniano una realtà diversa: donne che attraverso la rete e la chat hanno conosciuto e sposato uomini proprio in vista della possibilità di aderire a certi ideali, e di partire per le zone di guerra.

Cosa si prevede per le donne che non hanno combattuto sul campo, ma che ritornano nei nostri paesi, disposte presumibilmente a educare i loro figli agli ideali del jihadismo?

Quando non si riesce a raccogliere prove di attività costituente reato, il nostro ordinamento prevede l’adozione di misure di prevenzione di vario genere. I cittadini italiani possono essere sottoposti ad alcune limitazioni o avere l’obbligo di presentarsi al commissariato e di osservare certe prescrizioni. Se si tratta di persone straniere, è possibile anche impedire loro la permanenza nel nostro Paese.