INTERVISTA A FRANCO ROBERTI, CONSIGLIERE DEL MINISTRO DELL’INTERNO IN MATERIA DI TERRORISMO E CRIMINALITÀ ORGANIZZATA – ICSA No Traffick
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12/04/2018
INTERVISTA A FRANCO ROBERTI, CONSIGLIERE DEL MINISTRO DELL’INTERNO IN MATERIA DI TERRORISMO E CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

Dal Suo punto di osservazione, esistono evidenze di attività criminali (traffico di migranti, armi, droga, sigarette, antichità, ecc.) finalizzate al finanziamento del terrorismo di matrice jihadista?

Le connessioni tra terrorismo internazionale e criminalità organizzata transnazionale  furono evidenziate fin dalla Posizione Comune adottata dal Consiglio dell’unione europea del 27.12.2002 e si riferiscono direttamente alle caratteristiche della criminalità organizzata transnazionale.

L’IS accumulava circa tre miliardi di dollari l’anno con attività criminali di vastissima portata, confermate dalle Risoluzioni adottate dalle Nazioni Unite nel 2015: traffici di stupefacenti, contrabbando di petroli e di opere d’arte, traffici di armi, contrabbando di tabacchi, traffici di migranti, estorsioni e sequestri di persona, corruzione e riciclaggio dei proventi illeciti. Si tratta di attività criminali che, per essere realizzate, necessitano di una vasta rete relazionale di complicità esterne alla associazione criminale. Che, per generare profitti, tendono a interagire anche con l’economia e legale e attraverso circuiti ufficiali (si pensi alle condotte di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo realizzabili attraverso i circuiti money transfer). D’altra parte, per una elementare e ineludibile legge di mercato, ogni scambio suppone un venditore e un acquirente, un’offerta che intercetta una domanda. All’offerta terroristica corrisponde una domanda globalizzata di servizi e prodotti illeciti.

 

Quali sono le principali rotte geografiche dei traffici illeciti con cui si alimenta il terrorismo islamista? I traffici gestiti dai gruppi terroristici seguono le stesse rotte di quelli controllati dalle mafie internazionali o tendono a percorrere traiettorie specifiche e separate?

E’ senza dubbio ipotizzabile che i traffici gestiti dalle organizzazioni terroristiche sfruttino le stesse rotte e, almeno in parte, le stesse reti delle mafie internazionali. La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo si è impegnata molto negli ultimi anni per allacciare rapporti di collaborazione investigativa e di assistenza giudiziaria con i Paesi maggiormente interessati come canali di transito dei traffici illeciti, sottoscrivendo Protocolli di intesa con la Libia, con l’Egitto, con la Russia e con tutti i Paesi dell’area balcanica. Con questi ultimi abbiamo addirittura costituito una Conferenza permanente fondata sulla progressiva condivisione dei sistemi informatici (già operativa tra l’Italia e la Serbia). Con la Procura Generale Libica abbiamo attivato uno scambio info-investigativo costante, che corre parallelamente all’azione del nostro Governo e la sostiene.

 

Jihadisti e mafie nostrane: esistono, allo stato presente, prove di connessioni e convergenze di interessi?

Negli anni ’80 del secolo scorso le mafie sono cresciute anche grazie al terrorismo, che provocò la mobilitazione delle migliori risorse dello Stato nell’azione di contrasto, distogliendo l’attenzione investigativa dalle altre forme di criminalità organizzata. Il terrorismo è fattore di forza per la mafia. A loro volta, anche le organizzazioni mafiose possono avere una valenza terroristico eversiva . A questo riguardo vanno ricordati alcuni episodi sintomatici. Gli appartenenti a Cosa Nostra che realizzarono le stragi nel continente nel 1993 (maggio: Roma, via Fauro; Firenze, via dei Georgofili; luglio: Roma, Chiesa di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro; Milano, Museo Nazionale d’Arte Moderna; ottobre: Roma, Stadio Olimpico) sono stati condannati per tali delitti ritenuti aggravati dall’aver agito per finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine costituzionale (art. 1 d.l. 625/1979, conv. dalla l. 15/1980). La stessa aggravante della finalità di terrorismo è stata, più di recente, riconosciuta per la strage di exatracomunitari consumata il 19 settembre 2008 in Castelvolturno dal gruppo stragista del clan dei casalesi capeggiato da Giuseppe Setola.

Allo stato non vi sono indagini giudiziarie che vedano coindagati terroristi e mafiosi italiani. Tuttavia sono convinto, per le ragioni sopra indicate, che per rispondere alla sfida del terrorismo internazionale occorre contrastare più efficacemente, soprattutto sul piano della cooperazione internazionale, le organizzazioni mafiose transnazionali e i traffici che gestiscono: droga, armi, contrabbando di mezzi militari, contrabbando di idrocarburi, gestione delle reti di supporto alla immigrazione illegale.

Poiché tutte le forme di criminalità transnazionale sfruttano la globalizzazione dello spazio del mondo, occorrerebbe, però, guardare al mondo con categorie diverse da quelle con cui abbiamo cercato di capirlo e di governarlo fino ad oggi. E ciò vale soprattutto per gli ordinamenti giuridici, sui quali dovrebbe fondarsi il nuovo ordine globale. Ma non si vedono ancora i segni di questo nuovo ordine globale. Al contrario, sembrano prendere il sopravvento forze disgregatrici dei già fragili assetti esistenti. La attuale tendenza degli Stati a guardare solo dentro se stessi e le chiusure sovranistiche, palesi o latenti, ostacolano la cooperazione, che dovrebbe essere sempre spontanea e tempestiva, per consentire a ciascun Paese di disporre immediatamente delle informazioni necessarie ad attivare una efficace azione preventiva e di contrasto al crimine.

 

Riguardo i meccanismi di finanziamento del terrorismo jihadista, quali strategie di contrasto possono rendersi utili?

In tema di contrasto al finanziamento del terrorismo, appare necessario promuovere la circolazione e la condivisione di informazioni, moduli e prassi operative. Al riguardo voglio ricordare le opportunità offerte dalla nuova legge antiriciclaggio e il ruolo che quest’ultima attribuisce alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo nella tempestiva elaborazione delle segnalazioni di operazioni finanziarie sospette, già processate dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, e nelle conseguenti attività di coordinamento e impulso investigativo verso le Procure distrettuali.

Per fare un esempio, sulla base della documentazione proveniente dall’U.I.F. nazionale e riferita a soggetti noti per attività terroristica di matrice islamica o sospetti tali, la DNA, con il supporto del NSPV, svolge attività pre-investigative finalizzate a rilevare eventuali elementi di interesse, con particolare riferimento a soggetti e transazioni localizzabili sul territorio italiano.

In più occasioni, le risultanze emerse dalla base dati in parola hanno evidenziato soggetti appartenenti ad organizzazioni dedite al traffico internazionale di sostanze stupefacenti ed anche organizzazioni a carattere transnazionale dedite al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il dinamismo criminale dei predetti soggetti ha consentito loro di ricavare cospicui proventi illeciti che ben potrebbero essere stati impiegati per favorire azioni di matrice terroristica, anche attraverso l’utilizzo dei canali finanziari  “money transfer” per consentire l’invio di somme di denaro all’estero.

 

La fine dell’Isis su base territoriale pone il problema dei jihadisti di ritorno, che coinvolge anche l’Italia, benché in misura minore rispetto ad altri paesi. Ritiene utile affrontare il problema dei returnees e dell’islamismo autoctono attraverso programmi mirati di de-radicalizzazione come quelli implementati da altri paesi europei (ad esempio la Danimarca)? In caso affermativo, come dovrebbe essere concepito, dal Suo punto di vista, un programma efficace di de-radicalizzazione?

 

Certamente sarebbe molto utile un programma di de-radicalizzazione sul modello danese, ma anche francese. Vorrei ricordare che lo scorso anno fu presentato un progetto di legge dal deputato Stefano Dambruoso, molto articolato e che prevedeva un impegno finanziario per sviluppare i programmi di de-radicalizzazione anche all’interno delle carceri. Questa iniziativa legislativa, dopo l’approvazione alla Camera, si è arenata al Senato. Se ne riparlerà, spero, nella prossima Legislatura.

 

Da molte indagini sul terrorismo islamista svolte a livello internazionale, è emerso un collegamento, non occasionale ma duraturo, fra soggetti residenti in paesi diversi, strettamente collegati online, per confrontarsi e pianificare eventuali attività operative comuni. Alla luce di quanto detto, è ipotizzabile la sussistenza di comportamenti associativi con valenze criminali per tali soggetti, benché mai incontratisi fisicamente?

Senza dubbio si. La Corte di cassazione, con giurisprudenza consolidata, ha affermato che integra il delitto di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale la formazione di un sodalizio, connotato da strutture organizzative “cellulari” o “a rete”, in grado di operare contemporaneamente in più Paesi, anche in tempi diversi e con contatti fisici, telefonici ovvero informatici anche discontinui o sporadici tra i vari gruppi in rete, che realizzi anche una delle condotte di supporto funzionale all’attività terroristica di organizzazioni riconosciute ed operanti come tali, quali quelle volte al proselitismo, alla diffusione di documenti di propaganda, all’assistenza agli associati, al finanziamento, alla predisposizione o acquisizione di armi o di documenti falsi, all’arruolamento, all’addestramento.