INTERVISTA A FRANCO ROBERTI, CONSIGLIERE DEL MINISTRO DELL’INTERNO IN MATERIA DI TERRORISMO E CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

Dal Suo punto di osservazione, esistono evidenze di attività criminali (traffico di migranti, armi, droga, sigarette, antichità, ecc.) finalizzate al finanziamento del terrorismo di matrice jihadista?

Le connessioni tra terrorismo internazionale e criminalità organizzata transnazionale  furono evidenziate fin dalla Posizione Comune adottata dal Consiglio dell’unione europea del 27.12.2002 e si riferiscono direttamente alle caratteristiche della criminalità organizzata transnazionale.

L’IS accumulava circa tre miliardi di dollari l’anno con attività criminali di vastissima portata, confermate dalle Risoluzioni adottate dalle Nazioni Unite nel 2015: traffici di stupefacenti, contrabbando di petroli e di opere d’arte, traffici di armi, contrabbando di tabacchi, traffici di migranti, estorsioni e sequestri di persona, corruzione e riciclaggio dei proventi illeciti. Si tratta di attività criminali che, per essere realizzate, necessitano di una vasta rete relazionale di complicità esterne alla associazione criminale. Che, per generare profitti, tendono a interagire anche con l’economia e legale e attraverso circuiti ufficiali (si pensi alle condotte di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo realizzabili attraverso i circuiti money transfer). D’altra parte, per una elementare e ineludibile legge di mercato, ogni scambio suppone un venditore e un acquirente, un’offerta che intercetta una domanda. All’offerta terroristica corrisponde una domanda globalizzata di servizi e prodotti illeciti.

 

Quali sono le principali rotte geografiche dei traffici illeciti con cui si alimenta il terrorismo islamista? I traffici gestiti dai gruppi terroristici seguono le stesse rotte di quelli controllati dalle mafie internazionali o tendono a percorrere traiettorie specifiche e separate?

E’ senza dubbio ipotizzabile che i traffici gestiti dalle organizzazioni terroristiche sfruttino le stesse rotte e, almeno in parte, le stesse reti delle mafie internazionali. La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo si è impegnata molto negli ultimi anni per allacciare rapporti di collaborazione investigativa e di assistenza giudiziaria con i Paesi maggiormente interessati come canali di transito dei traffici illeciti, sottoscrivendo Protocolli di intesa con la Libia, con l’Egitto, con la Russia e con tutti i Paesi dell’area balcanica. Con questi ultimi abbiamo addirittura costituito una Conferenza permanente fondata sulla progressiva condivisione dei sistemi informatici (già operativa tra l’Italia e la Serbia). Con la Procura Generale Libica abbiamo attivato uno scambio info-investigativo costante, che corre parallelamente all’azione del nostro Governo e la sostiene.

 

Jihadisti e mafie nostrane: esistono, allo stato presente, prove di connessioni e convergenze di interessi?

Negli anni ’80 del secolo scorso le mafie sono cresciute anche grazie al terrorismo, che provocò la mobilitazione delle migliori risorse dello Stato nell’azione di contrasto, distogliendo l’attenzione investigativa dalle altre forme di criminalità organizzata. Il terrorismo è fattore di forza per la mafia. A loro volta, anche le organizzazioni mafiose possono avere una valenza terroristico eversiva . A questo riguardo vanno ricordati alcuni episodi sintomatici. Gli appartenenti a Cosa Nostra che realizzarono le stragi nel continente nel 1993 (maggio: Roma, via Fauro; Firenze, via dei Georgofili; luglio: Roma, Chiesa di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro; Milano, Museo Nazionale d’Arte Moderna; ottobre: Roma, Stadio Olimpico) sono stati condannati per tali delitti ritenuti aggravati dall’aver agito per finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine costituzionale (art. 1 d.l. 625/1979, conv. dalla l. 15/1980). La stessa aggravante della finalità di terrorismo è stata, più di recente, riconosciuta per la strage di exatracomunitari consumata il 19 settembre 2008 in Castelvolturno dal gruppo stragista del clan dei casalesi capeggiato da Giuseppe Setola.

Allo stato non vi sono indagini giudiziarie che vedano coindagati terroristi e mafiosi italiani. Tuttavia sono convinto, per le ragioni sopra indicate, che per rispondere alla sfida del terrorismo internazionale occorre contrastare più efficacemente, soprattutto sul piano della cooperazione internazionale, le organizzazioni mafiose transnazionali e i traffici che gestiscono: droga, armi, contrabbando di mezzi militari, contrabbando di idrocarburi, gestione delle reti di supporto alla immigrazione illegale.

Poiché tutte le forme di criminalità transnazionale sfruttano la globalizzazione dello spazio del mondo, occorrerebbe, però, guardare al mondo con categorie diverse da quelle con cui abbiamo cercato di capirlo e di governarlo fino ad oggi. E ciò vale soprattutto per gli ordinamenti giuridici, sui quali dovrebbe fondarsi il nuovo ordine globale. Ma non si vedono ancora i segni di questo nuovo ordine globale. Al contrario, sembrano prendere il sopravvento forze disgregatrici dei già fragili assetti esistenti. La attuale tendenza degli Stati a guardare solo dentro se stessi e le chiusure sovranistiche, palesi o latenti, ostacolano la cooperazione, che dovrebbe essere sempre spontanea e tempestiva, per consentire a ciascun Paese di disporre immediatamente delle informazioni necessarie ad attivare una efficace azione preventiva e di contrasto al crimine.

 

Riguardo i meccanismi di finanziamento del terrorismo jihadista, quali strategie di contrasto possono rendersi utili?

In tema di contrasto al finanziamento del terrorismo, appare necessario promuovere la circolazione e la condivisione di informazioni, moduli e prassi operative. Al riguardo voglio ricordare le opportunità offerte dalla nuova legge antiriciclaggio e il ruolo che quest’ultima attribuisce alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo nella tempestiva elaborazione delle segnalazioni di operazioni finanziarie sospette, già processate dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, e nelle conseguenti attività di coordinamento e impulso investigativo verso le Procure distrettuali.

Per fare un esempio, sulla base della documentazione proveniente dall’U.I.F. nazionale e riferita a soggetti noti per attività terroristica di matrice islamica o sospetti tali, la DNA, con il supporto del NSPV, svolge attività pre-investigative finalizzate a rilevare eventuali elementi di interesse, con particolare riferimento a soggetti e transazioni localizzabili sul territorio italiano.

In più occasioni, le risultanze emerse dalla base dati in parola hanno evidenziato soggetti appartenenti ad organizzazioni dedite al traffico internazionale di sostanze stupefacenti ed anche organizzazioni a carattere transnazionale dedite al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il dinamismo criminale dei predetti soggetti ha consentito loro di ricavare cospicui proventi illeciti che ben potrebbero essere stati impiegati per favorire azioni di matrice terroristica, anche attraverso l’utilizzo dei canali finanziari  “money transfer” per consentire l’invio di somme di denaro all’estero.

 

La fine dell’Isis su base territoriale pone il problema dei jihadisti di ritorno, che coinvolge anche l’Italia, benché in misura minore rispetto ad altri paesi. Ritiene utile affrontare il problema dei returnees e dell’islamismo autoctono attraverso programmi mirati di de-radicalizzazione come quelli implementati da altri paesi europei (ad esempio la Danimarca)? In caso affermativo, come dovrebbe essere concepito, dal Suo punto di vista, un programma efficace di de-radicalizzazione?

 

Certamente sarebbe molto utile un programma di de-radicalizzazione sul modello danese, ma anche francese. Vorrei ricordare che lo scorso anno fu presentato un progetto di legge dal deputato Stefano Dambruoso, molto articolato e che prevedeva un impegno finanziario per sviluppare i programmi di de-radicalizzazione anche all’interno delle carceri. Questa iniziativa legislativa, dopo l’approvazione alla Camera, si è arenata al Senato. Se ne riparlerà, spero, nella prossima Legislatura.

 

Da molte indagini sul terrorismo islamista svolte a livello internazionale, è emerso un collegamento, non occasionale ma duraturo, fra soggetti residenti in paesi diversi, strettamente collegati online, per confrontarsi e pianificare eventuali attività operative comuni. Alla luce di quanto detto, è ipotizzabile la sussistenza di comportamenti associativi con valenze criminali per tali soggetti, benché mai incontratisi fisicamente?

Senza dubbio si. La Corte di cassazione, con giurisprudenza consolidata, ha affermato che integra il delitto di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale la formazione di un sodalizio, connotato da strutture organizzative “cellulari” o “a rete”, in grado di operare contemporaneamente in più Paesi, anche in tempi diversi e con contatti fisici, telefonici ovvero informatici anche discontinui o sporadici tra i vari gruppi in rete, che realizzi anche una delle condotte di supporto funzionale all’attività terroristica di organizzazioni riconosciute ed operanti come tali, quali quelle volte al proselitismo, alla diffusione di documenti di propaganda, all’assistenza agli associati, al finanziamento, alla predisposizione o acquisizione di armi o di documenti falsi, all’arruolamento, all’addestramento.

INTERVISTA A LAMBERTO GIANNINI, DIRETTORE CENTRALE DELLA POLIZIA DI PREVENZIONE DEL MINISTERO DELL’INTERNO

Dal Suo punto di osservazione, esistono evidenze di attività criminali (traffico di migranti, armi, droga, sigarette, antichità, ecc.) finalizzate al finanziamento del terrorismo di matrice jihadista?

Non si tratta di attività organiche. Con la nascita dello Stato Islamico, soggetti che si trovavano su un territorio gestito da un’organizzazione terroristica hanno potuto approfittare di una grande massa di beni e di risorse, e lo hanno fatto un po’ in tutte le maniere. È evidente che la disponibilità di denaro, petrolio e beni archeologici può aver offerto opportunità di traffici illeciti e attività di contrabbando.

Per quanto riguarda invece gli attacchi che lo Stato islamico ha portato al cuore dell’Europa, bisogna sottolineare che essi non hanno avuto bisogno di grandi finanziamenti. Una delle prerogative dello Stato Islamico era quella di potersi muovere su due piani: il conflitto sul territorio, che sembra si stia risolvendo, al di là delle sacche di resistenza alle forze della coalizione, e la capacità di portare attacchi ovunque, anche in Europa, tramite l’infiltrazione di soggetti e l’adesione a ideali, proclami e spunti trasmessi attraverso il web dagli ideologi del Califfato, attivando individui che non hanno necessariamente un legame organico tra di loro. Questi attacchi terroristici in Europa sono sempre stati realizzati a costo bassissimo. Ad esempio, l’attentato al mercatino di Natale a Berlino, nel dicembre 2016, è stato realizzato da un soggetto che ha fatto una strage semplicemente rubando un mezzo ed uccidendo il conducente.

È possibile che i soggetti che compiono questi attentati abbiano dei contatti o delle esperienze nella criminalità e nel recupero di armi, e che, grazie a pregresse conoscenze e appartenenze a strutture criminali possano ottenere un qualche aiuto, ma a mio avviso non è un discorso che si può fare in maniera generale. Bisogna vedere zona per zona, e caso per caso. Di fatto, riscontri ed evidenze di grandi alleanze tra la grande criminalità e il terrorismo non ce ne sono.

Si può parlare allora di connessioni strumentali/funzionali tra la grande criminalità e il terrorismo? Non una vera e propria alleanza, ma convergenze occasionali, dovute allo scambio di beni e servizi?

Da questo punto di vista, sarei estremamente prudente. Ci sono indagini che devono ancora essere sviluppate e giungere a delle conclusioni, ma riscontri importanti di strategie comuni, al momento, non ce ne sono. Certo ci può essere il caso del singolo soggetto che si avvale di un qualche supporto da parte di una struttura criminale. Adesso, però, il problema che si pone è quello del possibile ritorno dei combattenti ed è probabile che alcuni rientri avvengano sfruttando qualche formazione criminale che organizza il viaggio. Questo non significa che ci siano prove di una sorta di strategia comune tra criminalità e terrorismo.

Quali traiettorie stanno seguendo i foreign fighters di ritorno?

Abbiamo evidenze di ridislocazione su altri teatri dove si combatte ancora, parlo dell’Afghanistan, dello Yemen, della Somalia, Indonesia, Filippine. Al momento, questo rientro dei foreign fighters non pare qualcosa di organizzato. Sembra che i rovesci militari abbiano portato una sorta di sbandamento di questi soggetti: tra di loro ci sarà sicuramente chi avrà delle difficoltà a sganciarsi dalle maglie del Califfato, cosa che non è molto semplice, abbiamo notizie di pesanti ritorsioni contro i cosiddetti traditori e sappiamo che non è facile riuscire ad andare via. È possibile il ritorno di persone semplicemente desiderose di chiudere la loro esperienza e di fare altro. Ma diversi combattenti cercheranno di rientrare e di importare le loro esperienze nei paesi da cui provengono. La pericolosità di questi soggetti è dovuta non solo alla loro esperienza con le armi e ai legami con i vecchi comandanti, che li potrebbero in qualche modo attivare e mobilitare a distanza, ma anche alla possibilità che essi diventino un polo di attrazione e di radicalizzazione, un modello per i più giovani.

Questo creerà una nuova sfida: è possibile che, in assenza di un territorio di riferimento, il Califfato possa diventare una sorta di realtà virtuale che continua a inviare un messaggio di odio e ad incitare al combattimento.

Quali sono i rischi attuali per l’Italia? Siamo più a rischio di prima?

Non direi che siamo più a rischio di prima. L’Italia è minacciata al pari di altri paesi, lo vediamo dai messaggi di minacce inviati e dalle attività di contrasto effettuate.

Sui media si scrive a volte che siamo al riparo da attacchi terroristici perché c’è una convergenza di interessi tra le mafie e il terrorismo in genere.

Primo, non ci sono elementi che confermino tale teoria. Secondo, non riesco a immaginare quali possano essere queste convergenze di interessi, visto il costo irrisorio con cui questi attacchi vengono portati a termine. Terzo, come dicevo, l’Italia non è a rischio zero. Abbiamo avuto prove della presenza di indicazioni a colpire in Italia. Mi sembra che questi commenti trascurino gli esiti di una serie di operazioni che hanno portato ad individuare sul nostro territorio soggetti che venivano incitati a rimanere e a colpire in Italia, piuttosto che a partire per combattere nelle zone di guerra.

Ritiene utile affrontare il problema dei “returnees” e dell’islamismo autoctono attraverso programmi mirati di de-radicalizzazione come quelli implementati da altri paesi europei (ad esempio la Danimarca)?

Assolutamente sì, è un problema che bisogna affrontare. Soprattutto non bisogna fare l’errore di ritenere che il problema della de-radicalizzazione riguardi solo le forze dell’ordine. In realtà è una grande questione sociale che richiede l’impegno a tutto campo di varie componenti della società: la scuola, i presidi sociali, i presidi sanitari, i centri di ascolto, i centri di aggregazione, ecc. Serve rafforzare la capacità degli operatori di polizia, degli operatori sociali e delle carceri, di percepire in maniera precoce i primi sintomi di radicalizzazione in modo da poter intervenire prontamente. Se presi in tempo, all’inizio del percorso di radicalizzazione, i giovani hanno ancora tutta la vita davanti per recuperare e adottare un approccio corretto agli ideali religiosi. La lotta alla radicalizzazione va di pari passo con la lotta alla marginalizzazione, perché spesso la difficoltà di integrarsi, l’isolamento e il disagio rendono questi soggetti una facile preda di elementi radicalizzatori, che siano persone fisiche o messaggi propagati sul web.

Nel caso di soggetti già ampiamente radicalizzati, con esperienze alle spalle di partecipazione effettiva a operazioni di terrorismo, quali interventi di de-radicalizzazione si possono immaginare?

Questa è una domanda complessa. Se il soggetto ha commesso un reato, in primis c’è la sanzione penale, che nel nostro Paese dovrebbe avere anche una finalità rieducativa. Oltre alla sanzione, alle misure di sicurezza, che limitano la nocività del soggetto, e alle misure di prevenzione previste dal nostro codice con limitazioni di vario genere, c’è anche la possibilità dell’allontanamento dal territorio nazionale. Cosa che si sta già facendo con le espulsioni.

Quali sono le aree maggiormente a rischio in Italia, perché più radicalizzate o più interessate da fenomeni di estremismo violento?

Negli anni Novanta, al Nord, si erano creati diversi centri di aggregazione di radicalità, ma adesso troviamo tracce di elementi radicalizzati in tutto il territorio nazionale. Inoltre, ora la radicalizzazione si verifica in modo talmente rapido ‒ sul web, tra quattro mura, da parte di soggetti con forme di disagio, che non si confrontano con gli altri ‒ che potrebbe essere addirittura fuorviante mettere sotto la lente di ingrandimento una realtà piuttosto che un’altra. Su tutto il territorio nazionale va posta la massima attenzione. Prima della diffusione di internet, molte indagini sono partire dalle moschee del Nord, da Milano in particolare. Adesso, invece, chiunque può avere accesso a quanto di più terribile esista in tema di immagini, messaggi e altro. Focalizzarsi su singole realtà potrebbe non essere corretto.

Questo perché la radicalizzazione prescinde dall’appartenenza comunitaria?

Spesso è un percorso individuale o di microgruppi all’interno di comunità. Secondo me non si tratta di individuare i cosiddetti hub di radicalizzazione. In alcuni paesi esistono vere e proprie roccaforti dell’estremismo, ma in Italia spesso succede che due persone o più stringano rapporti amicali fondati sull’estremismo e sulla radicalizzazione, creando aggregazione. Se sono un estremista e la mia cerchia di sodali converge nella mia cittadina, non è detto che questa località costituisca per forza un hub di radicalizzazione. L’aggregazione può avvenire anche intorno a singoli elementi.

Ci sono casi di returnees tornati in Italia, a vostra conoscenza? Li state monitorando?

Ne abbiamo arrestati alcuni che ora sono detenuti, altri sono oggetto di monitoraggio. Altri ancora non hanno fatto parte di formazioni jhadiste, ma è un fenomeno che viene comunque monitorato.

Come si fa ad accertare che abbiano realmente combattuto sul campo?

Questo è uno dei grossi problemi: ci aiutano sia attività tecniche che attività investigative, e anche i messaggi, i post e le immagini che talvolta documentano le azioni anche sui social media.

In altri paesi si sono verificati alcuni casi di donne che hanno giustificato la loro partenza per il Syraq affermando di essere state trascinate dal compagno. In Italia?

In Italia ci sono state attività investigative e sentenze che testimoniano una realtà diversa: donne che attraverso la rete e la chat hanno conosciuto e sposato uomini proprio in vista della possibilità di aderire a certi ideali, e di partire per le zone di guerra.

Cosa si prevede per le donne che non hanno combattuto sul campo, ma che ritornano nei nostri paesi, disposte presumibilmente a educare i loro figli agli ideali del jihadismo?

Quando non si riesce a raccogliere prove di attività costituente reato, il nostro ordinamento prevede l’adozione di misure di prevenzione di vario genere. I cittadini italiani possono essere sottoposti ad alcune limitazioni o avere l’obbligo di presentarsi al commissariato e di osservare certe prescrizioni. Se si tratta di persone straniere, è possibile anche impedire loro la permanenza nel nostro Paese.

DOES TERRORISM FINANCE ITSELF THROUGH CIGARETTE SMUGGLING?

ICSA Foundation will undertake a two-year research project.
The connection between the illegal tobacco trade, which in Europe alone is worth almost 50 billion Euros, and the financing of international jihadist terrorism, is at the center of the “Fighting Terrorism on the Tobacco Road” research project. The ICSA Foundation has been awarded a grant for this project under PMI IMPACT, a global funding initiative by Philip Morris International against illicit trade and related crimes.
“At present, terrorism can profit from an underestimated perception of the danger of tobacco smuggling. Our research will define the contours of the threat in order to identify the most suitable forms of counter action”, says General Leonardo Tricarico, President of the ICSA Foundation. “The PMI IMPACT selection of Fighting Terrorism on the Tobacco Road is evidence of the ICSA Foundation ability to carry out research in highly specific contexts and envision new means to convey scientific research results to a much broader audience”.
The “Fighting Terrorism on the Tobacco Road” research project will span two years, divided into two subsequent phases. The first phase produce a report and a training manual. The second phase will be concentrate on increasing awareness in the security and media communities. The project will also explore other criminal activities often related to the illicit tobacco trade, such as drug smuggling, trafficking of cultural heritage, oil smuggling, human trafficking and money laundering. All research and results will be made available through the project website and social media outlets connected to the dedicated project website.
“The ICSA research team will tackle the complex subject by implementing an interdisciplinary approach, which will combine social science methodology with field experience, all with absolute research independence”, Project Leader Carlo De Stefano, Vice President of the ICSA Foundation, specifies.
According to Italo Saverio Trento, Director of the ICSA Foundation, the experience that will derive from this project will “represent an opportunity to expand on the subject of international jihadist terrorism, which has already distinguished Foundation ICSA’s analytical activity since its origins in 2009″.
Fighting Terrorism on the Tobacco Road” is one of the 32 research projects financed by PMI IMPACT in the initiative’s first funding round. The selection was made by a board of independent experts in the fields of law, anti-corruption, and the fight against organized crime and illegal trade, which chose from over 200 applications submitted by private and public subjects from over 40 countries.